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L'attacco di panico ha una caratteristica che lo rende diverso da tutto il resto: arriva senza preavviso. Non c'è la discussione, non c'è la scadenza, non c'è la situazione temuta. Sei in fila al supermercato, sei su un treno, sei sul divano, e in pochi secondi il corpo va in emergenza totale.
Proprio perché manca la causa, la mente ne cerca una. E siccome quello che sente sono cuore impazzito, fiato corto, formicolii e testa leggera, la spiegazione che trova è quasi sempre la stessa: sta succedendo qualcosa di gravissimo al mio corpo.
Da lì parte il meccanismo che rende il panico quello che è.
Il circolo di Clark
Nel 1986 lo psicologo britannico David Clark ha proposto un modello che ancora oggi è il modo migliore per capire cosa succede. Funziona in cerchio.
Il corpo produce una sensazione qualunque — un battito accelerato dopo le scale, un capogiro alzandosi in fretta, un respiro un po' corto. Niente di allarmante. La mente però la interpreta come catastrofica: infarto, ictus, sto per svenire, sto per impazzire. Quell'interpretazione è a tutti gli effetti la percezione di un pericolo mortale, e il corpo risponde di conseguenza, scaricando adrenalina. L'adrenalina intensifica le sensazioni fisiche. Le sensazioni intensificate confermano l'interpretazione catastrofica. Il cerchio si chiude e accelera.
Ecco perché l'attacco di panico sale così in fretta e sembra venire dal nulla: il nulla è una sensazione corporea minima che è stata letta male.
Il vero problema non è l'attacco
Un attacco di panico dura poco. Il picco si esaurisce nel giro di dieci minuti circa, perché l'adrenalina si consuma. Per quanto sia terrificante, finisce.
Il problema comincia dopo. Chi ha avuto un attacco di panico sviluppa quasi sempre una seconda paura, che è la paura che ricapiti. È quella che i clinici chiamano ansia anticipatoria, ed è molto più invalidante dell'attacco in sé, perché non dura dieci minuti: dura tutto il giorno.
E porta con sé l'evitamento. Si smette di prendere la metropolitana, di andare al centro commerciale, di guidare in autostrada, di restare soli in casa. Ogni luogo dove è successo, o dove sarebbe difficile essere soccorsi, entra nella lista nera. La vita si restringe, un pezzo alla volta, e quando l'evitamento diventa sistematico si arriva a quella che si chiama agorafobia.
Questo è il motivo per cui l'attacco di panico va affrontato presto. Non perché sia pericoloso — non lo è — ma perché quello che gli cresce intorno lo diventa.
Le tre cose che è importante sapere
Non stai per morire. I sintomi del panico assomigliano a quelli di un'emergenza cardiaca, ma sono prodotti dall'adrenalina e dall'iperventilazione. Un cuore che batte a 150 durante un attacco di panico sta facendo esattamente quello che deve. Detto questo: la prima volta che succede, farsi vedere da un medico è la cosa giusta. Escludere le cause fisiche serve, e serve anche a togliere l'appiglio al dubbio.
Non stai per svenire. È una delle paure più comuni ed è basata su un equivoco. Lo svenimento avviene quando la pressione crolla. Durante un attacco di panico la pressione sale. Fisiologicamente, il panico è quasi l'opposto dello svenimento.
Non stai per impazzire. Le psicosi non insorgono così. La sensazione di irrealtà — vedere le cose come attraverso un vetro, sentirsi staccati dal proprio corpo — si chiama derealizzazione o depersonalizzazione, è un effetto noto dell'iperattivazione, ed è reversibile.
Cosa fare durante
L'obiettivo, controintuitivo ma centrale, non è far finire l'attacco. È imparare che l'attacco può esserci senza che succeda nulla di terribile. Ogni volta che lo attraversi senza scappare e senza precauzioni, il cerchio di Clark si indebolisce.
In pratica:
- Espirazione lunga. Quattro dentro, sei-otto fuori. Contrasta direttamente l'iperventilazione, che è ciò che produce i sintomi più spaventosi.
- Nomina quello che sta succedendo. “Questo è un attacco di panico. È adrenalina. Sale, arriva in cima, e scende.” Dare un nome alla cosa la ridimensiona.
- Resta dove sei, se puoi. Ogni fuga insegna al cervello che quel posto era pericoloso davvero.
- Lascia che salga. Combatterlo aggiunge attivazione. Guardarlo salire e aspettarlo al varco lo accorcia.
Cosa non fare
Non controllare il battito. Non cercare su internet i sintomi. Non chiedere rassicurazioni ogni volta. Non portarti dietro l'ansiolitico “per sicurezza” senza che un medico te lo abbia prescritto per quello — la scatola in tasca diventa un comportamento protettivo, e i comportamenti protettivi tengono in vita la paura invece di scioglierla.
La buona notizia
Il disturbo di panico è, fra tutte le difficoltà psicologiche, una di quelle che rispondono meglio ai trattamenti. I percorsi cognitivo-comportamentali hanno tassi di efficacia molto alti e tempi relativamente brevi, spesso nell'ordine di poche decine di sedute. Non è una cosa con cui si deve convivere per sempre.
Se stai leggendo questo articolo perché ti sta succedendo, la cosa più utile che puoi fare è parlarne con uno psicologo o uno psicoterapeuta iscritto all'Albo, o con il tuo medico di base, che può indirizzarti.
Fonti: Clark, A cognitive approach to panic, 1986 · American Psychiatric Association, DSM-5-TR, 2022 · Pompoli et al., Psychological therapies for panic disorder, Cochrane, 2016
Sono Serena, studentessa magistrale in Psicologia Clinica. Su questo sito faccio divulgazione, non consulenza: qui non offro percorsi né indicazioni personali. Se stai attraversando un momento difficile, rivolgiti a un professionista iscritto all'Albo.